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Saturday, 11 August 2018

Che cos’è la bellezza?

August 11, 2018 16 Comments
Prima di iniziare questo nuovo articoletto, voglio avvisarvi della nascita della nuova pagina "Chi Sono" del blog! Mi sembrava bello inserire due righe su di me, anche se ormai vi siete tutte abituate alla vena particolare e curiosa del blog! 😊 

Dopo aver parlato della felicità (qui) e della rappresentazione più antica della donna (qui), oggi mi sono imbattuta in un video molto interessante, un video che gira intorno a una domanda principale, ovvero:

Che cos'è la bellezza?


Mi è sembrato allora interessante scrivere un piccolo pensiero in merito, dato che questa bellezza, come per la felicità, è continuamente ricercata e adorata in ogni angolo del globo.

Come per la felicità, infatti, la ricerca della bellezza o della presunta "perfezione fisica" non è un argomento solo contemporaneo, anzi! Si tratta di una ricerca che dura da millenni, che possiamo vedere riflessa in ogni movimento artistico e in ogni singola percezione storica.

Studiando la storia e l'arte, ci si rende presto conto di quanto i canoni della bellezza fisica siano cambiati, soprattutto in relazione a mode, tendenze e periodi storici. Questa cosa farebbe anche sorridere, se non fosse che, come sempre, l'essere umano tende a esagerare.

Summer - Romero Britto
La cosa su cui vorrei far riflettere e su cui vorrei soffermarmi non è tanto il concetto di bellezza, a mio parere del tutto soggettivo, quanto il fermare un attimo il tempo storico e permettervi di rendervi conto di quanto il concetto e il canone stesso di bellezza sia stato manipolato e influenzato - in vari modi e a seconda di diversi obiettivi - nel corso del tempo.

Parliamo della donna, della femminilità e di quel tanto di vanità che ci accomuna tutte. Il paradosso è questo: il permettere alla società di definire cosa è bellezza e cosa no, senza più guardare a quello che siamo realmente ma cercando di soddisfare in tutto e per tutto quei canoni che vengono visti da "tutti" come "quelli giusti".

So bene che tante mi diranno che loro non fanno parte di questo voler a tutti i costi essere come le modelle o comunque essere "belle" nel senso che intende la massa, ma voglio che si faccia attenzione a questa cosa, soprattutto perché spesso viene a costituire un problema di grande entità per alcune persone che pensano di non avere il diritto di camminare a testa alta solamente perché non corrispondono agli standard.


Vorrei quindi porre l'accento su quanto sia bello e perfetto tutto ciò che possiede una sua unicità, tutto ciò che si differenzia e che è "altro" rispetto allo standard. Vorrei dire a tutte di andare fiere di essere così come siete e che l'aspetto fisico non è che la punta dell'iceberg della donna che siete dentro. Credo che sia l'essenza a modellare il corpo e non viceversa. Quindi, mi raccomando, siate felici e belle e fate sì che anche le altre persone intorno a voi capiscano e lo siano. 💛

Ecco il video da cui è scaturito il mio pensiero (l'ho condiviso anche sulla pagina facebook del blog, quindi se volete condividerlo sapere dove trovarlo!):




Saturday, 4 August 2018

Il Coperchio del Mare - Banana Yoshimoto

August 04, 2018 18 Comments
Rieccomi con il primo articolo del mese di agosto! 😊
Prima di entrare nel vivo del post voglio comunicarvi che questo blog non andrà in vacanza! Un po' perché scrivere qui è già una sorta di "vacanza" per me - nel senso che lo faccio per passione e non per lavoro, nonostante l'impegno con cui realizzo i miei articoli -, e un po' perché ho appena iniziato un tirocinio molto bello che mi terrà legata al mondo lavorativo anche durante questo mese, insieme alle presentazioni di libri di alcuni scrittori che sto facendo in questo periodo! (Per questo ho impiegato diverso tempo a rispondere ai vostri ultimi commenti). 😊

Ma ora parliamo del vero argomento di questo articolo, un libro fresco e delicatissimo coerente con la stagione estiva e le relative letture:

Il Coperchio del Mare di Banana Yoshimoto.


Non è la prima volta che scrivo di un libro di questa scrittrice (infatti trovate le mie impressioni relative a un altro suo libro proprio qui) e posso dire che, ancora una volta, Banana Yoshimoto è riuscita a descrivere la natura umana nella sua interezza in pochissime pagine che scorrono in modo velocissimo senza risultare mai ridondanti.

"A differenza che nelle grandi difficoltà della vita, nelle piccole cose,
nei momenti che passano in un lampo, risplende quella luce misteriosa
che si vede quando si realizza un sogno."


Inizialmente ci si trova disorientati, non si capisce dove si è e di cosa si sta parlando, ma poco dopo tutto diviene limpido.


Il Coperchio del Mare sembra inizialmente la storia di un sogno irrealizzabile e di un'amicizia non ricercata affatto; poi, invece, diviene la storia di tutti noi, dei nostri sogni più profondi e della nostra forte volontà di affermazione. Con un singolo episodio durato un'estate, la scrittrice focalizza la sua analisi sull'essere umano: che cosa lo spinge a continuare ogni giorno? Che cosa fa sì che esso tenda sempre e costantemente verso i propri sogni?

"Il mondo potrà anche non essere perfetto, eppure la perfezione esiste, e si presenta sotto forme semplici, per nulla appariscenti."


Il sogno di una ragazza e la sua forte amicizia le permetteranno di comprendere, fino in fondo nel suo animo, che cosa sta davvero cercando in questa esistenza, facendo di ogni piccola cosa un dettaglio fondamentale per costruire quel bagaglio che crea serenità e tranquillità nell'animo umano in perenne avanzata contro la caducità del tempo.

"Sono le scene in cui non c’è niente di speciale quelle che si imprimono maggiormente nel cuore."


Questi sono i temi trattati nel libro: il realizzare sé stessi e i propri sogni; l'importanza dei rapporti umani se del tutto sinceri; i sentimenti umani in relazione alla bellezza immutata della natura e, infine, il rapporto dell'essere umano con il tempo e tutte le emozioni e sensazioni che ne derivano.

"Se tutte le persone riuscissero a creare un contatto così profondo con le cose che succedono attorno a loro credo che il mondo forse...il mondo forse risplenderebbe di un'unica grande luce, di un bagliore irresistibile generato da tutte le stelle unite, di un fulgore visibile anche nel buio più pesto."


Un libro davvero delicatissimo, che scorre velocemente e che dona tranquillità.
Insomma, FA STARE BENE.
Ve lo consiglio sicuramente moltissimo!


Buona lettura e felice mese di agosto! 💛

Ps. Come sempre, trovate il link al libro cliccando sulle immagini dell'articolo oppure cliccando qui.

Sunday, 29 July 2018

Venere di Dolní Věstonice: una delle donne più antiche del mondo

July 29, 2018 14 Comments

Con questo breve articolo di oggi vorrei parlare di un manufatto molto particolare, la Venere di Dolní Věstonice (o Věstonická Venuše).

[Gli archeologi denominano "Veneri" queste statuette per via delle forme dei loro corpi che presentano caratteri molto accentuati e in relazione al concetto di fertilità.]

La statuetta di cui vi parlo oggi porta con sé una datazione eccezionale: la Venere di Dolní Věstonice viene infatti datata al XXVIII millennio a.C. in un periodo compreso fra il 29.000 ed il 25.000 a.C. circa. 

È qualcosa di davvero straordinario.

La venere è stata ritrovata nel sito paleolitico di Dolní Věstonice, in Moravia, Repubblica Ceca, insieme ad altre figurine di animali e a più di 2000 palline di argilla cotta.

Eccola qui:

Venere di Dolní Věstonice - fronte

Gli studiosi ritengono che questo reperto sia il più antico manufatto in ceramica conosciuto al mondo. La statuetta è infatti stata realizzata in creta cotta a una temperatura relativamente bassa. La notevole conservazione è dovuta al fatto che venne rinvenuta, divisa in due pezzi, all'interno di uno strato di cenere.

Ma l'incredibile non finisce qui!

Sulla venere è stata rilevata la presenza di un'impronta digitale probabilmente di un bambino di età stimata fra i 7 e i 15 anni, grazie a una tomografia eseguita nel 2004 dall'équipe di scienziati addetta allo studio del manufatto. Secondo alcuni studiosi, l'impronta del bambino sulla statuetta significherebbe che essa sia stata prodotta proprio da lui. Secondo altre ipotesi, invece, è possibile che un bambino abbia semplicemente toccato la statuetta ancora fresca prima che venisse cotta. Sarebbe interessante avere qualche informazione in più circa la posizione e l'inclinazione dell'impronta, così da poter capire, nei limiti del possibile, se sia un segno di manipolazione o di impugnatura, scoprendo qualcosa in più sia sul reperto che sul proprietario dell'impronta. Essendo gli studi relativamente recenti, si attendono ulteriori approfondimenti così da poter enunciare ipotesi più esaustive e concrete.

Venere di Dolní Věstonice - retro

A prescindere da tutto questo, il reperto rimane di un'unicità fuori dal comune: siamo in presenza dell'impronta digitale di un nostro antenato del XXVIII millennio a.C.! Davvero incredibile! Senza considerare il fatto che i primi manufatti in ceramica appariranno solamente a partire dal 15.000 a.C. e che quindi la Venere di Dolní Věstonice rappresenterebbe una notevole eccezione, precorrendo i tempi di 10.000 anni o più! 😊

Venere di Dolní Věstonice - ricostruzione

Friday, 27 July 2018

Perché cerchiamo la felicità? Felicità - Wilhelm Schmid

July 27, 2018 18 Comments

"C'è tanta gente ossessionata dal raggiungimento della felicità che diventa infelice al solo pensiero di non riuscire a ottenerla."


Così viene presentato il libro "Felicità" del filosofo tedesco Wilhelm Schmid sin dalla copertina. Un biglietto da visita molto interessante, non credete? 😊


Si tratta di poche pagine, un saggio filosofico incentrato su un solo argomento: la felicità.
L'autore ci tiene subito a precisare che il libro non tratterà di come si fa a raggiungere la felicità, ma sicuramente cercherà di rispondere a quesiti di più alta natura e a fare un punto della situazione riguardo questo argomento così ambito e allo stesso tempo così delicato per gli esseri umani.

Si inizia cercando di capire da dove derivi questa ossessione contemporanea nei confronti della felicità, di come ha fatto l'uomo a concentrarsi in modo così estremo su un sentimento di cui, spesso, ha perfino dimenticato il valore.

"La storia potrebbe mostrare che per tanto tempo la domanda sulla felicità non ha avuto grande rilievo, perché una volta l’importante era sopravvivere."


Davanti agli occhi del lettore scorrono velocissimamente tutte le epoche storiche in cui la felicità ha giocato un ruolo importante, per non dire predominante, permettendo di afferrare in pieno dove si trovano le radici di questo concetto.

"L’idea moderna di felicità è misurata con un criterio tale da condurre sistematicamente le persone all'infelicità. Ma come siamo fortunati allora ad avere idee alternative di felicità!"


E allora l'autore analizza tutti i modi in cui la felicità è stata intesa nel passato e anche ai giorni nostri, facendo emergere numerose definizioni di che cos'è la felicità, a seconda del criterio utilizzato di volta in volta per darle un significato.

"Così, un momento di felicità può essere rappresentato dal buon sapore e dal profumo di una tazza di caffè. O da un bel film, per il quale si passa anche un’intera serata al cinema. O da quell’intima conversazione nella quale amanti e amici talvolta si perdono beati, perché l’attenzione dell’altro fa così bene da non averne mai abbastanza."


"Ma un momento di felicità è anche la sfida che si è vinta, una conoscenza che si acquisisce, una nuova esperienza, un percorso sconosciuto, un ambiente insolito, una nuova occupazione, finché si presenta col fascino della novità. E più di ogni altra cosa il pregustare, desiderare e bramare tutto questo; che spesso procura maggiore felicità del godimento stesso, e inoltre dura molto più a lungo."


Ma..che dire della felicità sul piano continuativo dell'io extrasensoriale e metafisico? È qui che l'autore snocciola la questione predominante del libro, spiegando la felicità non solo come conseguenza del contatto con la realtà ma anche, e soprattutto, come pienezza dell'essere stesso dell'essere umano.

"Detto questo, con la felicità come completezza un uomo è tuttavia nella condizione di stabilire una relazione con la completezza di ciò che è infinito, divino, di avere in sé un “demone positivo”, idea che è già presente nel concetto greco di eudaimonía."


A questo punto, vi auguro la lettura di questo saggio delicatissimo e molto accurato, e vi lascio un ultimo quesito:
siamo sicuri di sapere davvero che cosa sia la felicità? 😊


Come sempre, ecco il link al libro: clicca qui

Tuesday, 24 July 2018

Perché in inglese i "pesci rossi" si chiamano "goldfish"

July 24, 2018 23 Comments


Durante lo studio di una lingua straniera non sono infrequenti i momenti in cui mi chiedo: "ma perché si dice proprio così?". A dire la verità non mi accade solamente con le lingue straniere, ma anche nei confronti dell'italiano (ed è assurdo quante volte non conosciamo l'origine delle parole che usiamo ogni giorno! Non credete?!). E sentite, sarà la mia predisposizione per la filologia o il fatto che ho lavorato per anni sulle iscrizioni cuneiformi, ma amo tantissimo l'etimologia e lo scoprire da dove derivano le parole più disparate!

Ecco allora che oggi, studiando la lingua inglese, mi sono trovata sotto gli occhi la parola "goldfish" e stavo proseguendo tranquillamente la mia lettura quando, passando alle mie spalle, il mio fidanzato mi ha chiesto: "ma secondo te, perché gli inglesi chiamano i pesci rossi 'goldfish'?". In quel momento mi sono resa conto che la cosa non era tanto ovvia, anzi, non ne avevo la più pallida idea! Così sono cominciate le ricerche il cui esito voglio condividere con voi! 😊

La domanda è nata dal fatto che, in inglese, "gold" significa 'oro' e "fish" significa 'pesce'. Ma se sono pesci rossi, perché mai chiamarli 'pesci dorati'? La questione è diventata ancora più interessante quando ho scoperto che il nome latino della specie è Carassius auratus: anche qui, si parla di un pesce d'oro! E sia in cinese che in giapponese i caratteri per scrivere "pesce rosso" sono: 金魚 ovvero 'oro' e 'pesce'!  Ma perché?


La storia vuole che nell'antica Cina varie specie di carpe siano state addomesticate e allevate a scopo alimentare per migliaia di anni. Alcune di queste specie hanno la tendenza a produrre mutazioni di colore - rosso, arancione e giallo - nella loro prole.

Durante la dinastia Tang 唐朝 (618-907 d.C.) era diventata una moda allevare carpe in laghetti e stagni artificiali. Una mutazione genetica naturale ha prodotto poi la colorazione dorata (in realtà di un arancione giallastro) diversa da quella argentata comune fino a quel momento. Allora le persone iniziarono a far accoppiare la varietà dorata al posto di quella argentata, tenendo gli esemplari in stagni, laghetti e altri corpi d'acqua.

Presto si diffuse un'altra pratica: nelle occasioni speciali in cui si ricevevano ospiti, i pesci erano spostati in contenitori più piccoli proprio per essere mostrati agli invitati.

Nel 1162, l'allora imperatrice della dinastia Song 宋朝 (960-1279) decretò la costruzione di un laghetto speciale da riempire con i migliori esemplari di pesci rossi e dorati. Fu inoltre dichiarato che a coloro non di sangue reale era proibito tenere pesci rossi della varietà dorata, perché era il colore della famiglia imperiale. Per questa ragione, nonostante la specie "gialla" sia più semplice da allevare, a oggi il ceppo arancione è più diffuso.


Durante la dinastia Ming 明朝 (1368-1644) si iniziò a tenere i pesci rossi come animali domestici, facendo sì che si creassero delle mutazioni che non avrebbero potuto sopravvivere negli stagni (in natura). Nel 1603 vennero introdotti in Giappone e poi durante gli anni Venti del 1600 vennero introdotti in Portogallo e successivamente in tutte le altre parti dell'Europa meridionale. In quel periodo, in Europa erano molto richiesti per via delle loro scaglie metalliche e perché simbolizzavano la buona fortuna.

La relazione fra la buona sorte e questi pesci sta nel loro nome. In cinese, infatti, "pesce" si dice 魚 '' e questa parola è molto simile - seppur pronunciata con diverso tono - alla parola "ricchezza, benessere". Secondo i principi del feng shui, anche un ritratto di un pesce rosso porta buona fortuna al suo possessore, proprio come se si possedesse un acquario.


While I study a foreign language I often ask myself why a word is just like that. Actually it doesn't happen only with foreign languages, but also with Italian (which is my native language) and I find myself thinking about how it's weird using words everyday without knowing their origin. Now, it'll be my passion for philology or the fact that I've worked some years on cuneiform inscriptions, but I definitely love etymology and discovering where words come from! 

So today I was studying English and, while reading, I found the word "goldfish". I was going on with my reading but my boyfriend suddenly asked me: "in your opinion, why English people call red fish (in Italian: 'pesci rossi') goldfish?". In that moment I realized I totally had no idea! So my researches have started and now I want to share with you my discoveries! 😊


In Italian we call goldfish 'pesci rossi' which simply mean "red fish", so we don't have problems in imagining why. But in English there is the word 'gold' which makes everything sounds strange. Also in Latin those fish are called Carassius auratus, so there is gold again in their name. But why? 

In the ancient China there were different species of carps which were addomesticated and raised for thousands of years. Some of these species have the tendency to produce colours mutations - red, orange and yellow - in their offspring. 

During the Tang dinasty 唐朝 (618-907 AD) it was fashionable to raise carps in little water gardens. A natural genetic mutation has produced the gold coloration (actually a sort of yellowish orange) instead of the more common silver one. So people started to require the gold fish (you know, gold is more important than silver!) keeping them separated from the other species.

On special occasions these fish were moved to smaller containers only to be shown to guests.


In 1162 the empress of the Song dinasty 宋朝 (960-1279) ordered the construction of a special pond to keep the red and gold fish. She also decided that no one could keep or raise the gold ones because gold was the colour of the imperial family. For this reason, even if the yellow variety is easier to raise, the orange one is more common.

During the Ming dinasty 明朝 (1368-1644) goldfish were used as pet, producing new mutations which could not survive in the wild. In 1603 they were introduced in Japan and then, around 1620, they were deported in Portugal and eventually in other parts of the southern Europe. At that time, goldfish were strongly demanded because of their metal scales and because they represented good luck and fortune.



Saturday, 21 July 2018

Principesse e Mononoke: storie di fantasmi giapponesi

July 21, 2018 11 Comments
Un libro straordinario, una finestra aperta sulle leggende di fantasmi giapponesi.

"Essendo nato stupido per colpa del mio karma, non sempre riesco a evitare gli errori. Ma uccidere un uomo solo perché è sciocco è sbagliato, e quest'errore sarà ripagato."


Lafcadio Hearn (1850-1904), naturalizzato giapponese con il nome Koizumi Yakumo (小泉八雲), è un autore noto per i suoi preziosi scritti sul Giappone. Con questo libro, egli ci introduce in un mondo fantastico ma reale, portandoci in un viaggio intriso di cultura e tradizioni provenienti dal Paese del Sol Levante. Durante la lettura, infatti, ci si sente subito parte integrante delle vicende narrate e dell'incredibile mondo del folklore giapponese, così diverso dal nostro.

"L'ora del ratto (Ne-no-Koku), secondo l'antico metodo nipponico di calcolo del tempo, era la prima ora. Corrispondeva all'arco di tempo tra mezzanotte e le due perché per i giapponesi un'ora equivaleva a due."


Il libro è suddiviso in racconti e, come affermato dallo stesso autore nell'introduzione alla prima edizione del libro, i testi presentati sono stati tradotti da antichi testi giapponesi.

"Si crede infatti che sia possibile dare davvero la propria vita per un'altra persona, per una creatura o persino per un albero, con il favore degli dei. Il trasferimento della propria vita si indica con il termine 'migawari ni tatsu', e cioè 'agire come un sostituto'".


L'edizione del libro di cui vi sto parlando contiene:
  1. Racconti dedicati al mondo dei fantasmi giapponesi:
    • La storia di Mimi-nashi Hoichi
    • Oshidori
    • La storia di O-Tei
    • Ubazakura
    • Diplomazia
    • Di uno specchio e di una capanna
    • Jikininki
    • Mujina
    • Rokurokubi
    • Un segreto morto
    • Yuki-onna (racconto particolare in quanto l'autore afferma che fu un anziano agricoltore giapponese della provincia di Musashi a raccontarglielo; si tratta della prima trascrizione!)
    • La storia di Aoyagi
    • Jiu-Roku-Zakura
    • Il sogno di Akinosuke
    • Riki-Baka (si basa sulle esperienze personali dell'autore!)
    • Hi-Mawari
    • Horai
  2. Superstizioni giapponesi sul mondo degli insetti:
    • Farfalle → che corrispondono all'anima umana
    • Zanzare → reincarnazioni di determinati tipi di persone
    • Formiche → di cui ne viene analizzata la vita, arrivando a costruire un'intera visione filosofica sul genere umano.
Lafcadio Hearn ovvero Koizumi Yakumo

Se si potesse dare una definizione a questo libro, essa sarebbe probabilmente la seguente:

Leggenda e realtà che si fondono in un unico mondo: quello quotidiano.

Da questa raccolta di racconti è stato tratto anche un film nel 1964 intitolato Kwaidan e diretto dal regista giapponese Masaki Kobayashi. Lo potete trovare cliccando qui. Personalmente ancora non l'ho visto, quindi non posso esprimere alcun giudizio.

A questo punto non vi anticipo nient'altro, ma vi assicuro che si tratta di un libro molto interessante! Se volete immergervi completamente nell'atmosfera giapponese, affondando nella sua cultura, nella sua filosofia e nelle sue credenze e tradizioni, questo è il libro che fa per voi! 😊

Trovate il libro a questo link oppure cliccando sull'immagine della copertina qui sotto!
Se invece l'avete già letto, attendo di sentire le vostre opinioni a riguardo!


Tuesday, 17 July 2018

La divinazione nell’antica Cina: gli ossi oracolari

July 17, 2018 14 Comments
L'argomento "divinazione", insieme al folklore in generale, mi ha sempre affascinata molto. Pensare che si tratta di una delle arti più antiche nella storia dell'umanità mi sembra davvero significativo, non pensate? La brama di sapere qualcosa in più sul proprio futuro è tipica dell'essere umano praticamente da sempre! A questo si potrebbero ricollegare moltissime altre domande, come per esempio "è tutto già prefissato o abbiamo un margine di scelta nella nostra vita?", ma oggi non voglio scendere in queste questioni, voglio invece parlarvi di un metodo divinatorio molto, molto antico, appartenente alla cultura cinese.


Durante gli scavi archeologici condotti presso l'attuale città di Anyang 安阳, nota anticamente con il nome di Yin Xu 殷墟 e ultima capitale della dinastia Shang 商朝 (1600-1050 a.C), ovvero la prima dinastia cinese storicamente documentata, sono stati ritrovati i cosiddetti ossi oracolari, chiamati in cinese 甲骨文 ('jiǎgǔwén', letteralmente "scrittura su guscio e osso").

Si tratta prevalentemente di ossa di bovini e gusci di tartarughe (talvolta sono state rinvenute anche ossa di altri animali o addirittura umane) recanti simboli, ideogrammi e fratture.

Inizialmente - verso la fine dell'Ottocento - vennero ritrovati  da contadini del villaggio di Xiaotun 小屯, nei sobborghi della Cina centrale, poco lontano da Anyang e venduti come "ossa di drago" (in cinese 龍骨 'lóng gǔ') secondo la credenza che queste ultime avessero speciali poteri terapeutici.

Nel 1899 alcuni contadini portarono le ossa a degli studiosi (Wáng Yìróng 王懿榮 e Liú È 刘鶚) che riconobbero subito la scrittura cinese arcaica su di esse, identificandola con il tipo di scrittura della dinastia Zhou 周朝 (1050-221 a.C.). Così, nel 1923 ebbero inizio gli scavi al villaggio che riportarono alla luce circa 20.000 ossi iscritti in cinese arcaico - per un totale di 3.000 caratteri di cui solo la metà sono stati attualmente decifrati! - che andarono a formare il primo corpus di antichi ideogrammi cinesi.

Nonostante i saccheggi e i furti di reperti presso lo scavo, potete immaginare che grande scoperta fu! 😊

Guscio di tartaruga con iscrizioni- click per ingrandire

Su alcuni di questi ossi è stato possibile identificare il nome di qualche sovrano! In genere, le iscrizioni contengono richieste alle divinità - elemento che ha fatto pensare allo scopo divinatorio - il cui rito sarebbe stato il seguente: l'osso veniva iscritto, ovvero veniva incisa la domanda da porre all'oracolo, quindi sul lato opposto venivano realizzate delle cavità in cui venivano inseriti dei tizzoni ardenti; in questo modo nell'osso si producevano delle fratture che venivano interpretate come la risposta dell'oracolo.

L'oracolo era formato da una semplice formula costituita da una coppia di frasi parallele (ad esempio: pioverà / non pioverà) che prevedevano come risposta solamente un sì o un no. Dunque è semplice comprendere come gli argomenti su cui porre dei quesiti erano infiniti. Tutta la vita era basata sulla divinazione.

A differenza dell'uso della divinazione in Occidente, per i Cinesi non esiste l'interpretazione dell'oracolo: ci si basa su delle formule fisse, e la divinazione veniva considerata come un diritto. Inoltre, si parla di razionalità divinatoria: per avere una comunicazione col sovrannaturale non c'è bisogno di sospendere il pensiero cosciente. Tutta la società cinese si basava sulla divinazione.

Si pensa che la divinazione effettuata per mezzo di questi ossi sia molto antica, da datare sin dal periodo 4000-3000 a.C. Particolare è il fatto che questi ossi sono stati ritrovati, per il momento, solamente ad Anyang.

Ideogrammi arcaici cinesi